lunedì 26 settembre 2016

i tacchi di kate

Ma ditemi come fa la duchessa di Cambridge a portare sempre dei vertiginosi tacchi a spillo durante le uscite pubbliche, e nel muoversi (apparentemente) in maniera agevole e senza difficoltà? Qui è durante la visita ufficiale in Canada di questi giorni, eppure ha dovuto scendere dalla scaletta metallica dell'idrovolante piena di buchini, e transitare su quella passerella che non mi dà l'idea di massima stabilità...

Qui scendendo di nuovo dalla scala - ben più lunga - dell'aereo di linea, ma addirittura con la principessina Charlotte in braccio e il principe George per mano dall'altra parte. Altro che le discese di Vanda Osiris...

E qui durante una visita di tutta la famigliola a un elicottero della Royal Air Force.

Chapeau. Io porto normalmente scarpe col tacco molto più basso, per una semplice questione di comodità e per non rovinarmi volontariamente i piedi.
Ma tanto di cappello a Kate, che riesce a muoversi su quei trampoli senza inciampare, e dando l'impressione di non star facendo alcuna fatica, in ogni condizione.



Non posso fare a meno di postare anche quest'ultima foto, vista l'eccezionalità delle scarpe che qui porta Kate. Si tratta di un bel paio di stivaloni col tacco basso. Per una volta :-)
Ma in questo caso si trattava di una visita ufficiale in India/Bhutan dell'aprile 2016, e i due principi stavano visitando dei posti in alta montagna. I tacchi sarebbero stati del tutto fuori contesto, nonché un biglietto sicuro per rompersi una gamba (o peggio).

mercoledì 21 settembre 2016

brotherhood in death

Dennis, il marito della dottoressa Mira, si trova di fronte a due spiacevoli sorprese. Innanzitutto viene a sapere che suo cugino Edward sta incontrando a sua insaputa un agente immobiliare per vendere la casa ereditata dal loro vecchio nonno nel West Village, nonostante la promessa che era stata fatta di tenere l'immobile in famiglia.
Poi, quando l'uomo si reca alla casa per discutere di questa cosa con Edward, lo vede legato ad una sedia e viene subito ferito in testa da un oggetto contundente, perdendo conoscenza.

Ma per fortuna la dottoressa Charlotte Mira, profiler della polizia di New York, è una buona amica del tenente Eve Dallas. Dennis spiega a Eve che l'ultima cosa che ha visto è stata Edward legato ad una sedia, ammaccato e sanguinante. Una volta ripresosi dalla botta in testa, il cugino era sparito. E purtroppo non sono rimasti molti indizi: il sangue è stato ripulito e le registrazioni della videosorveglianza sono state portate via.

Edward Mira è stato un avvocato, un giudice ed ex-senatore, e come tale si è relazionato con persone importanti, ha incrociato la propria strada con molti criminali, e si è fatto molti nemici. Grazie all'aiuto del distintivo (e di suo marito, il miliardario Roarke) il tenente Eve Dallas intende far luce sugli affari sporchi del senatore Mira, e sui motivi oscuri che sembrano star dietro alla scomparsa dell'uomo. Purtroppo ben presto il cadavere del senatore viene ritrovato impiccato e seviziato, proprio nella casa vuota dalla quale era sparito. Evidentemente l'assassino è riuscito a passare sotto al naso della polizia.

E proprio quando nessuno se lo aspetta, un altro uomo importante, anch'egli vecchio amico del senatore Mira, viene trovato assassinato con le stesse modalità.
Già all'inizio delle indagini, Eve sospetta che la causa sia da ricercare nel passato dei due, nella cerchia delle amicizie che i due avevano stretto a partire dagli anni dell'università a Yale. Ed Eve sospetta anche che, viste le modalità delle uccisioni, il movente sia da ricercarsi nella vendetta di stampo sessuale, probabilmente da parte di una o più donne.
Emerge così una squallida e triste vicenda iniziata a Yale quasi cinquant'anni prima, dove una cerchia di sei amici, capitanata da Edward Mira, abusava di giovani donne dopo averle drogate, cancellandone poi la memoria. I brutali omicidi sarebbero quindi semplicemente le vendette da parte di alcune vittime, riunitesi in un gruppo. E i due uomini già uccisi non sono gli unici che facevano parte della cerchia di Yale...

Allora: questo nuovo episodio delle avventure di Eve Dallas (è il 43esimo, ormai mi perdo...) mi è piaciuto più degli ultimi. Se non altro, il dilemma riguardante il quanto fosse giusto che le vittime si facessero giustizia da sole, per le traumatiche violenze a cui erano state esposte, non è di poco conto. E' naturale essere portati a solidarizzare più con le donne coinvolte - in questo caso le assassine - che non con gli uomini uccisi - vittime in questo caso, ma in passato colpevoli di ripetuti atti di cruda violenza.

E anche Eve ne è coinvolta, dato che anche nel suo passato c'era una storia di questo tipo. Addirittura poi parla apertamente di ciò che le è successo, prima con Peabody e poi con Dennis Mira, una cosa che la Eve dei primi libri non avrebbe mai fatto. Mai e poi mai! Che il nostro tenente stia maturando? Durante il suo racconto a Peabody accenna a quale sia stata per lei l'importanza di darsi uno scopo nella vita grazie alla carriera in polizia, di quanto sia stato importante ottenere i gradi di tenente, e di quanto saranno importanti quelli di capitano, suo prossimo obiettivo.
Peccato però che soltanto pochi libri fa (equivalenti a nemmeno 2-3 mesi, nello svolgersi della narrazione) sia stata proprio lei, Eve, a rifiutare il passaggio al grado superiore, che il comandante Whitney le aveva detto essere pronto. Forse la Robb non se n'è più ricordata o forse non è stata attenta a ciò che ha scritto.

Già dai primi momenti dell'investigazione Eve ha l'intuizione che la porta ad individuare i nomi delle colpevoli (anche se non ancora di tutte quante le complici), per cui la dinamica dell'indagine non si muove alla ricerca dei colpevoli, bensì diviene una lotta contro il tempo per evitare che anche gli altri uomini vengano uccisi, e per cercare di incastrare le donne del gruppo.

martedì 20 settembre 2016

l'ultima carezza

L'ultima carezza
di Catherine Guillebaud
Elliot Edizioni

Il suo nome è Mastic des Feux Mignons. Da parte di padre discende da Ian du Bec-Etoile e, da parte di madre, da Ceenzo Vitoune de la Mutinerie. È un setter inglese, nato il 17 aprile del 1994. Secondo la tradizione di famiglia, Lei lo ha immediatamente ribattezzato non appena arrivato nella sua nuova casa e così è diventato Joyce, in ricordo di chi sappiamo, patronimico scelto anni prima per il suo predecessore, irlandese anche lui. Tra Lei e lui è subito nata una storia d’amore.
Una storia vissuta attraverso la casa, l’alternarsi delle stagioni, dei piccoli gesti ripetuti all’infinito, che poco a poco tessono, nel susseguirsi dei giorni, la trama di una famiglia e di una vita, tutto raccontato attraverso lo sguardo di un cane pieno di gioia, sentimento, intelligenza e ironia. Scritto con eleganza e delicatezza di stile, è l’omaggio tenero, pieno di profonda empatia nei confronti degli animali che ci osservano e ci amano senza riserve.


E' un racconto delicato, narrato in prima persona (!) da Joyce, un ormai vecchio setter inglese di quattordici anni, che - arrivato alla fine dei propri giorni - narra della sua vita come Cane di casa.
La sua famiglia vive in una casa da favola, immersa in un grande parco, non troppo lontano da Parigi. Joyce non è l'unico animale a condividere l'esistenza con Lei, lui e le due sorelle, ormai cresciute: nel corso degli anni vi sono stati gatti - uno dei quali, l'altrettanto anziano Opium, è tuttora suo migliore amico - cagne, e cavalli. Una vita da gentiluomo (pardon, gentil-cane) di campagna, insomma, nella quale c'è stato un periodo difficile causato dalle pecore della fattoria vicina, ma che per il resto è stata sempre felice.
Saggio e divertente, Joyce rivela tutto l'amore, la dedizione e la fedeltà che ha sempre portato ai suoi padroni (soprattutto a Lei).

Chi ha posseduto un cane sarà toccato da questa storia, e vi troverà molte scene vere e vissute. Non ci sono grandi avvenimenti, ma la semplice quotidianità dell'esistenza con un animale domestico, vista però con gli occhi del pelosone.
 

martedì 6 settembre 2016

sam heughan per barbour

Quest'oggi faccio un post che risulterà pubblicità bella e buona, macchisenefrega. Io tanto non ci guadagno niente (poi se la Barbour decidesse di regalarmi un giaccone, anche di una vecchia collezione, io non mi scanserei, eh...)



Da un paio di mesi Sam Heughan è diventato Global Brand Ambassador del marchio Barbour, storica ditta produttrice di giacconi comodi e impermeabili, resi lucidi dalla cera, nati per essere usati dagli agricoltori nella gelida brughiera inglese, oltre che da cacciatori e pescatori. In realtà negli ultimi decenni questi giacconi hanno avuto un successone soprattutto all'estero. Ne possiedo uno pure io, anche se, ehm... tarocco...



Il ruolo preciso di un Global Brand Ambassador non saprei definirlo, ma suppongo non sia troppo dissimile dall'essere un testimonial, riconosciuto a livello transnazionale.



Per chi stesse leggendo qua e non sapesse chi è Sam Heughan, provvedo subito ad illuminarlo. Sam è un attore scozzese, ed è anche il protagonista maschile della serie televisiva "Outlander", nella quale interpreta un laird scozzese del XVIII secolo.

Le sue fotografie per il Barbour fanno tanto "signore del castello", ma anche se Sam non indossa il kilt - come nel telefilm - l'atmosfera gli si confà benissimo. Aggiungiamoci anche la presenza di quel bellissimo labrador color cioccolata, e credo non sia necessario dilungarmi sul perché abbia pensato di dedicargli questo post :-D


C'è anche un filmato disponibile qua: https://youtu.be/F7e4V-170gU


domenica 14 agosto 2016

lady oscar, il film


Una serata estiva ha favorito il recupero (e la visione) di un altro vecchio film. Si tratta di Lady Oscar, il film (1978) nella versione con attori in carne e ossa, per la regia di Jacques Demy.
Specifichiamo subito che il film è antecedente rispetto all'anime - il cartone animato venne trasmesso per la prima volta in Giappone fra 1979 e 1980 - e quindi, nel bene e nel male, non può esservisi volutamente ispirato, nè viceversa, allontanatosi.

Ora, premetto che io sono cresciuta col cartone animato, già dai tempi della prima sigla cantata dai Cavalieri del Re, e non so nemmeno più io quante volte l'ho visto. Per me quel cartone è un mito. Detto ciò, per me come per chiunque altro della mia generazione, il film di Demy è francamente imbarazzante: manca del tutto di approfondimento dei personaggi, il casting è talvolta ridicolo, la storia è caotica.
Ho cercato però di giudicarlo tenendo presente che il film è uscito prima del cartone, e che si basa soltanto sul manga, non sul cartone. Anche in quel caso è però molto difficile averne una buona impressione. Più che una trasposizione, direi che il film è solo "ispirato" al manga.

Innanzitutto la protagonista, Caitriona MacColl, non è molto adatta al ruolo di Oscar. E' bassa, una specie di piccola bambolina anni luce distante dall'alto profilo androgino di Oscar. Nelle scene di combattimento e quando sale a cavallo è talvolta ridicola, sembra una ragazzina goffa. E la sua recitazione non è davvero migliore. Già questi aspetti tolgono molta credibilità all'intero film.

Con un'attrice così, ad esempio, il fatto che Fersen non si accorga da subito che si tratti di una donna, e che poi la scambi per una presunta cugina durante il ballo dove lei è vestita in abiti femminili, va davvero oltre la finzione scenica e sfiora proprio il ridicolo.



Nel film lo svolgimento temporale è scandito dagli anni mostrati in sovraimpressione. Ho trovato abbastanza forzato, cronologicamente, il fatto di aver collocato già al principio del film, nel 1775, una Maria Antonietta tutta presa dalla sua amicizia con Madame de Polignac e dalla sua relazione col conte di Fersen. In realtà era passata dal ruolo di Delfina a quello di Regina da pochissimo, ed è probabile che gli errori che avrebbe poi commesso non si fossero ancora presentati.

Rispetto al cartone e al manga, in questo film Maria Antonietta è ritratta davvero come un'oca senza preoccupazioni serie, il cui unico pensiero è divertirsi sempre e comunque, e passare tempo nel suo Trianon e a progettare il Petit Hameau. Anche la sua relazione con Fersen è presentata in maniera troppo aperta ed ostentata.

Il povero Girodelle, che chiede Oscar in moglie, viene dipinto come una specie di pervertito, ammiratore del marchese De Sade, quando invece sia nel manga che nell'anime sembra una persona per bene e sensibile.



E poi il finale è tirato via con l'accetta. Non soltanto è molto affrettato, ma modifica anche la storia originale.
Oltre al fatto che i cittadini che vanno all'assalto della Bastiglia sembrano tante comparse di un musical, più che dei rivoluzionari, non è accettabile che dopo che Andrè viene colpito dalla fucilata di un soldato, Oscar, ignara, vaghi a vuoto per le strade cercandolo e urlando il suo nome.
E il film si chiude così, con la Bastiglia che si arrende in neanche tre minuti (e non si capisce come mai) e Oscar che sopravvive!


Uno dei pochi aspetti positivi di questo film è che le riprese vennero davvero effettuate nei luoghi reali, vale a dire il castello e il parco di Versailles. Questa è davvero l'unica cosa che riesco a salvare.
Ah, un'altra chicca: Oscar bambina, nei primi minuti del film, è interpretata da una Patsy Kensit ragazzina.

Il film esiste in italiano in DVD, ma se, comprensibilmente, non volete investirci dei soldini, potete fare come me e guardarvelo su YouTube (io ne ho trovata una versione in inglese con sottotitoli in francese).

mercoledì 10 agosto 2016

attenti a quei due


Ho riempito queste ultime serate estive con un binge watching discretamente vintage. Mi è passata per le mani l'unica stagione di "Attenti a quei due" (The Persuaders) e non me la sono fatta sfuggire. Ero sicura di averne visto delle puntate sparse qua e là, nel corso della mia vita, ma ero sicurissima di non averla mai guardata per intero.

Il telefilm, una delle serie cult di tutti i tempi, di cui venne per l'appunto prodotta un'unica stagione di 24 puntate, fra 1970 e 1971 (in Italia venne trasmesso solo dal 1974) vede come protagonisti Roger Moore e Tony Curtis, nei rispettivi panni di Brett Sinclair, lord inglese, e di Danny Wilde, uomo d'affari americano nato nel Bronx.

Nel primo episodio i due, dopo essersi casualmente sfidati in una corsa automobilistica sulla Costa Azzurra, vengono ingaggiati (con una specie di ricatto) dall'ex giudice Fulton per un'indagine.
Per la cronaca, le automobili dei due sono una Aston Martin arancione-gialla DBS V8 per Brett Sinclair e una Ferrari Dino 246 GT, naturalmente rossa, per Danny Wilde.


A parte la prima, tutte le puntate successive non seguono alcun filo conduttore, e possono essere viste in qualsiasi ordine. E meno male, poiché l'ordine in cui sono disposti i miei episodi è differente rispetto a quello riportato da Wikipedia & co...

Una serie di enigmi gialli e intrighi internazionali scandisce le giornate di Brett e Danny, tra feste, belle donne, manieri di campagna e macchine fuoriserie. Il tutto sullo sfondo dei colori, dei tratti e del design della Swinging London, di inizio anni Settanta.

Le puntate si svolgono soprattutto in Inghilterra e sulla Riviera francese, con alcune incursioni in Spagna, Italia e Svezia.In numerosi episodi Danny viene scambiato per un'altra persona, e per questo motivo rapito o fatto oggetto di minacce. In altre puntate i guai maggiori li vive lord Sinclair, alle prese con una presunta moglie oppure con una serie di incidenti mortali nella propria famiglia.


Danny e Brett vengono coinvolti in situazioni pericolose ma sempre pervase di un sottile umorismo. Fra loro e il giudice Fulton si viene poi a creare un legame di amicizia. Proprio il rapporto fra Danny e Brett diventa uno degli aspetti più divertenti del telefilm. In pratica, i due rappresentano i due diversi stereotipi: quello raffinato inglese della vecchia Europa e quello rozzo e arricchito statunitense.

A tutti e due piace il lusso, ma lo intendono in maniera diversa, e la cosa è evidente, per esempio, paragonando l'abbigliamento sportivo ma chiassoso di Wilde, contrapposto alla ricercata eleganza di Lord Sinclair, i cui abiti di scena (foulard compresi) furono disegnati dallo stesso Roger Moore.



La serie non ha un episodio conclusivo vero e proprio. Nonostante il successo dell'epoca, non venne proseguita, forse anche perché Roger Moore avrebbe cominciato a vestire i panni di James Bond di lì a brevissimo.

Una curiosità: i capelli di Tony Curtis sono neri negli episodi che vennero girati per primi, mentre si ingrigiscono un sacco, fino a diventare quasi bianchi, nelle puntate finali. Considerando che le riprese debbono essere state fatte nell'arco di non più di un anno è davvero una trasformazione notevole...

Il motivo musicale della sigla d'apertura venne scritto da John Barry, autore delle musiche del film di 007, e all'epoca dell'uscita del telefilm ebbe molto successo.


sabato 6 agosto 2016

non è la fine del mondo

Alessia Gazzola, Non è la fine del mondo ovvero La tenace stagista ovvero Una favola d'oggi

Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre).
Residenza: Roma. Per il momento – ma solo per il momento – insieme alla madre.
Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia sempre quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta.  Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo della zitella, solo l’allergia ai gatti.
Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo.
Avvilita e depressa, dopo molti colloqui fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove finisce per essere presa come assistente. E così tutto cambia.
Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista.
Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov’è, in quel piccolo paradiso di tulle e colori pastello? E perché il famoso scrittore che aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica per il suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell’affascinante produttore che per qualche ragione continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?

La trama del libro è tutta qua, e parte da una situazione comunissima al giorno d'oggi: un lavoro e un'esistenza precaria. Ma lungi dall'avere toni drammatici, i romanzi della Gazzola sono intelligenti, deliziosi e sbarazzini.
Dopo la serie dedicata ad Alice Allevi, questo è il primo "esperimento" con cui la Gazzola si cimenta con tematiche e un personaggio diversi, più vicine all'ironia e alla commedia - d'altronde aveva già espresso questo suo desiderio in un'intervista dell'anno scorso.

Emma mi è piaciuta, così come tutte le figure di contorno, delineate intorno a lei: sia il suo nucleo familiare, sia la signora del negozio di vestiti per bambini, Osvaldo incluso. Ben tratteggiati, con soave delicatezza.
Forse avrei preferito un finale più preciso e "concluso", ma facciamo finta che, anche se l'autrice non ce l'ha detto esplicitamente, ci sia una vera relazione a distanza tra Pietro ed Emma, che magari si potrà trasformare a breve in qualcosa di più "vicino". Sulla falsariga di un romanzo regency, ci immaginiamo che ci sia per forza un lieto fine classico.

venerdì 24 giugno 2016

brexit

La prima cosa che ho fatto stamattina, ancor prima di infilarmi gli occhiali, è stata collegarmi a un quotidiano on-line per vedere il risultato del referendum inglese. E ho dovuto leggere due volte il titolo perché mi sembrava impossibile che avesse vinto la Brexit. Non ci credevo.
Ancora ieri sembrava che i sondaggi non la dessero prevalente. Sembrava un'eventualità possibile, ma tutto sommato non credevo (e come me tanti altri) che si sarebbe verificata. E invece mai dire mai. Non siamo più in un'epoca in cui si possa sperare nella lungimiranza e nell'intelligenza degli elettori. Non parlo soltanto dei britannici, che sia chiaro... purtroppo ormai si vota di pancia, e non più con il cervello.


E' tutto il giorno che sto provando ad immaginarmi che cosa cambierà, ma la verità è che nessuno lo sa. Visti i risultati ottenuti delle varie zone del Regno Unito, è altamente probabile che adesso la Scozia e l'Irlanda del Nord cercheranno di ottenere la loro, di indipendenza.
And so farewell to the "United" Kindgom, too!
Cameron può davvero essere fiero di sé: oltre ad essere causa dell'uscita dall'UE (perché nessuno l'ha costretto - pistola alla tempia né tantomeno obblighi legislativi - a indire questo referendum), probabilmente sarà anche ricordato come colui che ha dato l'avvio allo sfascio del Regno Unito stesso. E dopo aver blaterato che lui non si sarebbe dimesso, qualsiasi fosse stato il risultato, ecco che ad inizio mattinata rassegna le dimissioni e lascia che tra 3 mesi sia qualcun altro a gestire la patata bollente della ridiscussione dei rapporti con l'Unione Europea.
Bravo mister Cameron, davvero un leader su cui fare affidamento! E certo che se anche quelli del resto d'Europa sono della stessa pasta, non ci troviamo davvero in buone acque.

La Gran Bretagna tutto sommato ha sempre goduto di uno status molto specifico in Europa: c'era sì, ma non ci stava pienamente. Oltre a non avere adottato l'euro, non era nemmeno nell'area Schengen e tutto sommato ha sempre mantenuto una propria identità autonoma: era Europa, certo, ma prima di tutto era sempre Gran Bretagna. Nonostante a livello personale mi dispiaccia molto rendermi conto che la maggioranza degli inglesi non si sentiva "europea" (mentre io adoro la loro cultura e il loro paese), il problema grande per l'Europa forse non sarà il fatto che abbia deciso di andarsene.
Il forte rischio adesso è che ci sia un effetto domino, e che questa voglia di "uscire" contagi anche altri paesi. Allo stato attuale delle cose nessun paese ne è immune, e ormai non ho più la tranquillità di pensare che in giro ci sia sufficiente intelligenza per evitare la disgregazione, nemmeno fra chi siede nei parlamenti e nei governi d'Europa.

Solo fino a pochi anni fa io speravo davvero che nel giro di qualche anno ci saremmo trasformati negli Stati Uniti d'Europa, speravo davvero che ci sarebbe stata una naturale evoluzione dell'Unione Europea in senso federale. Mi sembrava un passo naturale e scontato. Ma ormai penso che sia diventato impossibile.
L'uomo non impara mai davvero nulla dalla sua storia.

mercoledì 15 giugno 2016

elisabetta, l'ultima regina


Il 10 dicembre del 1936 Edoardo VIII rinuncia al trono d’Inghilterra per amore dell’americana Wallis Simpson. Il nuovo sovrano è suo fratello “Bertie”, Giorgio VI, padre di Elisabetta e Margaret. In quei giorni la piccola Margaret, che ha solo sei anni, chiede alla sorella maggiore: «Questo significa che poi diventerai regina anche tu?». «Suppongo di sì», risponde Elisabetta, improvvisamente molto seria. E Margaret commenta, candida: «Povera te». Quasi ottant’anni dopo, il 9 settembre 2015, la regina Elisabetta II ha superato il record del regno di Vittoria, durato 63 anni e 217 giorni, divenendo il sovrano che ha regnato più a lungo nella storia della Gran Bretagna.

Vittorio Sabadin racconta la straordinaria vita di Elisabetta: la lunga storia d’amore con Filippo di Grecia, dal loro primo incontro, a bordo dello yacht reale, quando lui era soltanto un giovane allievo ufficiale della Marina e lei aveva appena tredici anni, sino ai festeggiamenti per le loro nozze di diamante (unici reali nella storia inglese a raggiungere il traguardo); il complesso rapporto con il figlio Carlo e con “la principessa del popolo”, Diana; le relazioni, non sempre facili, con i capi di Stato stranieri e con i premier inglesi – memorabili i contrasti con Margaret Thatcher e Tony Blair.

Una biografia curiosa e documentata, che intreccia con abilità i grandi eventi storici e gli aneddoti più intimi e personali, restituendo un ritratto spesso sorprendente della Regina: Sabadin ci rivela risvolti inediti della ben nota passione di Elisabetta per i cavalli e i cani corgi, ci spiega i segreti del suo inconfondibile stile e ci conduce persino a bordo del Britannia, l’amato Royal Yacht su cui la Regina ha trascorso molti dei suoi rari momenti di riposo.

Ultima rappresentante di un modo di concepire la regalità come servizio e dovere, fortemente convinta dell’imparzialità del suo ruolo nei confronti della politica e della netta divisione tra la sfera pubblica e istituzionale e quella privata, Elisabetta II è riuscita a diventare nel tempo un’icona per generazioni distanti e molto diverse tra loro: nessuno, per quanti secoli possa ancora durare la monarchia britannica, sarà più come Elisabetta, l’ultima regina.

Festeggiamenti per i 90 anni della Regina, giugno 2016

In concomitanza con i festeggiamenti per i 90 anni della Regina Elisabetta (e i 95 del principe Filippo) ho letto in maniera alquanto scorrevole quest'ennesima biografia della sovrana. La coincidenza non è stata voluta, me ne sono resa conto soltanto mentre leggevo. Il libro è abbastanza recente, è uscito soltanto l'anno scorso, ma non bisogna aspettarsi niente di sostanzialmente nuovo. Visto che la regina non concede mai interviste, ciò che viene scritto su di lei si basa sulle scarse fonti disponibili.

Ad ogni modo quello che ho apprezzato molto del libro è che non vira mai sul gossip, ma resta ancorato a un'atmosfera sobria. I capitoli di cui si compone il libro sono abbastanza sganciati fra loro, e nonostante rispettino l'ordine cronologico degli avvenimenti, potrebbero addirittura essere letti in maniera autonoma senza provocare difficoltà. A volte si divaga forse un po' troppo su storie terze, come quella di Edoardo VIII e Wallis Simpson, Diana e Carlo... ma anche queste, in fondo, appartengono alla biografia di Elisabetta, e quindi è opportuno citarle.

Leggendo, si viene portati a rivalutare le figure di Carlo e del principe Filippo, che anni di gossip ci hanno sempre ritratto come fedifraghi insensibili e vecchi babbioni, mentre forse avrebbero meritato di essere trattati diversamente. E forse le figure che i media ci hanno sempre presentato sotto una luce dorata (come Diana) non lo meritavano poi troppo...

Forse, come pare sostenere l'ultimo capitolo, Elisabetta sarà davvero "l'ultima regina" della Gran Bretagna. Viene ipotizzato che Carlo, quando sarà finalmente re, apporterà cambiamenti importanti alla Corona, cambiamenti che, insieme allo spirito dei tempi che soffia, forse le daranno uno scossone quasi letale, o comunque molto grave. Vedremo. Anche se non mi stupirei di avere almeno ancora un intero altro decennio "elisabettiano" (la Queen Mother Elizabeth superò brillamente il traguardo dei cent'anni, e si dice che il sangue non sia acqua).

martedì 7 giugno 2016

la costanza di scrivere

Non è che non avrei avuto cose da scrivere. Non è che non abbia letto libri, visto film (anzi, soprattutto telefilm) per i quali avrei potuto spendere due righe di commento. Ci sarebbero stati.
Però non riesco a trovare il tempo - forse soprattutto la voglia - per farlo...
Spero di ritrovarli a breve.

domenica 1 maggio 2016

giardinaggio

Una simpatica foto dal web, di manodopera (anzi "zampadopera") in giardino.