mercoledì 15 febbraio 2017

un pianoforte in stazione

Alla stazione di Torino Porta Nuova da diversi mesi c'è un pianoforte collocato nel grande atrio della nuova galleria commerciale.
Lo sgabello è incatenato alla gamba del piano, perché altrimenti - tempo pochi minuti - qualcuno se lo porterebbe via. E in qualche modo sono certa che anche lo strumento sia imbullonato a terra, o qualcosa del genere, perché se no si porterebbero via anche quello.

Chiunque può sedersi e suonare. Ogni volta che passo di lì c'è sempre qualcuno che sta suonando, nonché un piccolo pubblico di gente che si ferma, fa capannello e ascolta, nonostante la fretta che di solito regna nell'ambiente della stazione ferroviaria. E ogni volta mi stupisco sempre di quanta gente sia capace di tirare fuori delle bellissime note dal pianoforte: signori anziani, ragazzi giovani, personaggi incravattati... Mi è già capitato di vedere le persone più disparate che lo suonano.



giovedì 9 febbraio 2017

le porte dipinte di valloria


Valloria si trova nell'entroterra di Imperia, a circa diciassette chilometri dalla costa. Ma la breve distanza che separa il villaggio dal mare si dimentica man mano che si percorre la strada e ci si arrampica fra curve tornantuose circondate da ulivi.
In uno degli ultimi tornanti prima di arrivare al paese si viene sorpresi da uno strepitoso panorama del paesello sul lato sinistro della strada, da dove si gode la vista di uno skyline di casette colorate - gialle, rosse e rosa - che si arrampicano una dietro l'altra sino a giungere alla chiesa. 

E' difficile trovare un punto per fermare l'auto senza ostruire la circolazione, ma se in quel momento non c'è molto traffico fermatevi un momento e tirate giù il finestrino perché il colpo d'occhio merita davvero.


Le origini di Valloria sono molto antiche, come dimostra il suo impianto urbanistico. La vita scorre ancora in maniera tranquilla, secondo i ritmi dettati dalla natura, ai margini dei grandi flussi turistici. Vi sono distese di uliveti, silenziosi e quieti, che invitano a compiere passeggiate durante le quali si incontrano piloni e chiesupole di campagna.


Valloria deve però la sua fama recente al fatto di essere il "paese delle porte dipinte".

L'idea di dipingere le vecchie porte che si affacciano sui numerosi carrugi del piccolo abitato ha generato una notorietà che è andata ben oltre i confini locali. Circa un centinaio di artisti, ciascuno col proprio stile, una diversa tecnica, un differente tema, hanno dipinto ed interpretato altrettante porte per realizzare un vero e proprio museo aperto.



Il percorso è segnalato con vari pannelli, ed è sempre visitabile. Abbiamo letto che c'è un impianto di illuminazione che consente anche delle visite in notturna, ma su questo non posso garantire poiché noi ci siamo stati soltanto durante il giorno.


Le porte di Valloria sono diventate delle opere d'arte, e simbolicamente si aprono, inviando un messaggio di ospitalità ai visitatori.

sabato 28 gennaio 2017

meme libri 2016


Come d'abitudine, a inizio del nuovo anno arriva un post riepilogativo delle letture dell'anno precedente. Non che debba interessare a qualcuno in particolare, ma serve a me come punto della situazione.

Quanti libri hai letto nel 2016?
Quest'anno sono 69 (e grazie al caro Goodreads che mi dà una mano nel conteggio).

Quanti erano fiction e quanti no?
Almeno una quarantina erano fiction, titolo più titolo meno...

Il miglior libro letto?
Ne indico tre. Innanzitutto "L'usignolo" di Kristin Hannah e "Tutta la luce che non vediamo" di Anthony Doerr, entrambi, per coincidenza, ambientati negli anni della seconda guerra mondiale, in Francia. E poi ho apprezzato molto anche "Dentro soffia il vento" della giovane Francesca Diotallevi. Se dovessi indicare soltanto un titolo probabilmente direi "L'usignolo", perché è stato quello che mi ha tenuta sospesa sino alla fine.

E il più brutto?
Non mi è piaciuto "Una città o l'altra" di Bill Bryson, e infatti l'ho mollato dopo un paio di capitoli. E' stato deludente perché mi è sembrato pieno di lamentele basate su luoghi comuni, e questo mi ha stupito poiché ritenevo che Bryson, essendo uno scrittore di viaggio, fosse dotato di imparzialità e apertura mentale.

Quanti libri hai riletto?
Ho riletto "L'amuleto d'ambra" e "Il ritorno" della Gabaldon, per rinfrescarmi la memoria subito prima della serie televisiva (e poter valutare bene le differenze).

Quanti libri scritti da autori italiani?
16.

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.

Dei libri letti quanti erano ebook?
Rovescio la questione, 17 erano libri "di carta", il resto ebook.

Il libro più vecchio che hai letto?
Forse uno dei due romanzi di Sylvia Thorpe, ma non so di preciso se risale agli anni Sessanta o Settanta.

giovedì 26 gennaio 2017

la fanfara delle oche


Avete presente la favola del pifferaio magico di Hamelin, che incanta i bambini del villaggio con la musica del suo flauto e se li porta via, per punire la cittadinanza del mancato pagamento che gli spettava per aver ripulito il paesello dai topi?
L'immagine che viene in mente è quella di un tizio, vestito in modo più o meno stravagante, che suona il suo piffero mentre davanti a lui sfilano meccanicamente vari pargoli, con uno sguardo sognante e ipnotizzato, mentre lo seguono.



Si tratta di una fiaba, certo, ma non ho potuto fare a meno di riportarla ben chiara alla mente quando ho assistito a questa scena in un parco olandese, alcune estati fa.

Il parco di Hoge Veluwe è un'ampia area naturale recintata, di oltre 5000 ettari, all'interno della quale si trovano anche un importante museo d'arte (con opere di VanGogh, Picasso e moltri altri) e un centro didattico-espositivo sulla storia naturale/geologica della zona.

Ovviamente si deve lasciare l'auto fuori dal parco, ma nel biglietto d'ingresso è compreso l'utilizzo del bike-sharing, per cui si possono adoperare le efficientissime (e solide) biciclette bianche messe a disposizione dal parco per girarlo in lungo e in largo.
Oppure, come abbiamo fatto noi, per arrivare al museo, visitarlo per benino e poi svaccarci nel giardino circostante, brulicante di sculture, per riposarci un po'...



Ebbene, mentre eravamo lì che riprendevamo le forze, abbiamo assistito a questa scena che è stata davvero simpatica e tenera, anche se surreale. Due tizi in tenuta da banda musicale, con tanto di cilindro in testa e naso rosso da pagliaccio, suonavano la loro fanfara, mentre una quindicina di oche grigie marciavano a tempo, stando in fila quasi perfetta fra di loro.

Tutti i bambini che erano là guardavano rapiti la scena (anche noi eravamo affascinati!), mentre molti di loro si accodavano e seguivano il corteo.



Facendo un minimo di ricerca a posteriori, però ho scoperto che non si trattava di un'attrazione fissa del parco.
Abbiamo infatti avuto la fortuna di imbatterci in un'esibizione itinerante della Ganzen Fanfare.

giovedì 19 gennaio 2017

biscotti svedesi

I pepparkakor sono dei profumatissimi biscotti speziati svedesi allo zenzero e cannella. Probabilmente li avrete già visti anche nella Bottega svedese dell'Ikea.

La scatola ritratta nelle foto arriva però direttamente dalla Svezia, apprezzato souvenir della mia amica Giuly che ci è stata, facendosi un bel giro. Sulla confezione non c'è nemmeno mezza parola scritta in inglese, per cui non ho modo di capire niente sugli ingredienti, se non basandomi sulla foto dello zenzero e della cannella, così me li sto mangiando "al buio", ah ah :-)

Però in giro ho trovato la ricetta, così quando terminerò la scatola potrò correre ai ripari. O forse sarà meglio - viste le mie competenze culinarie - correre all'Ikea e comprarli là, sperando che siano buoni come quelli della scatola rossa.


Ingredienti:
- 520 gr. circa di farina
- 2 cucchiaini di zenzero macinato
- 1 cucchiaino di cannella macinata
- mezzo cucchiaino di chiodi di garofano macinati
- 2 cucchiaini di lievito per dolci
- 180 gr. di burro morbido
- 120 gr. di zucchero
- 50 gr. di zucchero semolato (chi mi spiega la differenza tra zucchero "semplice" e semolato?)
- 140 ml. di miele
- 180 ml. di acqua
- 1 cucchiaino di buccia d'arancia grattugiata

Scaldate l'acqua insieme al miele, lo zucchero e le spezie, e portate ad ebollizione.
Spegnete  il fuoco, aggiungete il burro a pezzetti e mescolate fino a che non sia del tutto fuso.
In una ciotola capiente, versate la farina e il lievito, mescolate e aggiungete a filo il composto al miele ancora caldo. Mescolate bene finché l'impasto è omogeneo, coprite e conservate in frigorifero per una notte.
Staccate dei pezzi di impasto e stendeteli su un piatto leggermente infarinato (più fate i biscotti sottili e più verranno croccanti). Ritagliate i biscotti con un tagliabiscotto e disponeteli su una teglia ricoperta da carta da forno.
Fate cuocere a 170° per una decina di minuti e lasciate raffreddare su una griglia.
Conservateli poi in una scatola (se non ve li siete mangiati tutti).


lunedì 16 gennaio 2017

every breath you take

Judith McNaught, Every breath you take, Ballantine Books, 2006

Gli ingredienti dei libri della McNaught sono sempre gli stessi: lui ricco e potente, lei giovane e tendenzialmente innocente, spesso c'è un cane fra i comprimari, e poi - immancabile - c'è il grande fraintendimento, un misunderstanding che tiene lontani i due protagonisti prima di arrivare al lieto fine.
E anche stavolta è così, ma per amore dei vecchi tempi (la McNaught è una fra le prime autrici romance che ho letto da ragazzina) avrei anche potuto passarci sopra e dare un voto più alto al libro, invece di attribuirgli tre stelline su cinque. Però non lo faccio, perché dopo una prima metà del libro che ho trovato molto buona, la seconda metà mi ha delusa.

A partire dai tempi della narrazione: la prima metà racconta lo svolgimento di due soli giorni nella vicenda, la seconda invece mette l'acceleratore e arriva quasi a tre anni dopo, in maniera poco armonica e sbilanciata.
Senza contare che il grande fraintendimento è davvero idiota e futile (sarebbe bastata una telefonata per evitarlo: è impossibile pensare che al giorno d'oggi, e anche nell'anno 2005 in cui è stato pubblicato il libro, due che stanno insieme per due giorni non si scambino i rispettivi numeri di cellulare) e trascinato troppo a lungo.

Sembra quasi che le due metà della storia siano state scritte da due mani diverse, o che la seconda metà sia stata scritta in maniera più sciolta giusto perché c'era bisogno di finire il libro. E nemmeno la parte thriller è ben amalgata col resto.

giovedì 12 gennaio 2017

il dinosauro dippy va in tour


Al Natural History Museum di Londra è in corso un radicale intervento sulla sala di ingresso principale, la Hintze Hall. Dippy, lo scheletro di dinosauro (in gesso) conosciuto da tutti i visitatori del museo, abbandonerà la sala dopo quasi 120 anni.

Al posto di Dippy verrà collocato lo scheletro (vero) di una balena azzurra, lungo più di 25 metri e pesante circa 4 tonnellate e mezza. La balena non è una new entry vera e propria, poiché era già esposta nel Natural History Museum, nell'ala dedicata agli animali marini. Venne trovata spiaggiata nel 1891 sulle coste irlandesi, e al momento non si sa ancora quale nomignolo le verrà dato.

Invece Dippy è una riproduzione fedele dello scheletro di diplodoco (una particolare specie di dinosauro) scoperto  nel 1898 nel parco di Yellowstone, negli Stati Uniti.


Venne esposto a partire dal 1905, e dal 1949 collocato nel prestigioso posto della Hintze Hall. Nel corso di un secolo è diventato una vera e propria mascotte per tutti i bambini (e non solo) che hanno visitato il museo.
Spostarlo non sarà una passeggiata. Lungo 21 metri e alto 4,25 metri, composto da 292 ossa, Dippy verrà smantellato pezzo a pezzo e impacchettato in dodici scatoloni. Ci vorrà circa un mese affinché il team dedicato a questo lavoro lo porti a termine.



Ma poi che fine farà Dippy? Dal 2018 al 2020 girerà il Regno Unito facendo diverse tappe espositive. Una volta terminato il tour, tornerà nel museo londinese, dove verrà studiata per lui una diversa collocazione. O magari tornerà nel suo posto d'onore, chissa?

Le tappe previste sono le seguenti:

- Febbraio - Maggio 2018: Dorset County Museum, Dorchester
- Maggio - Settembre 2018: Birmingham Museum and Art Gallery (UK)
- Settembre 2018 - Gennaio 2019: Ulster Museum, Belfast
- Gennaio - Maggio 2019: Kelvingrove Art Gallery & Museum, Glasgow
- Maggio - Ottobre 2019: Great North Museum: Hancock, Newcastle
- Ottobre 2019 - Gennaio 2020: The National Assembly for Wales, Cardiff
- Febbraio - Giugno 2020: Number One Riverside, Rochdale (Rochdale Borough Council)
- Giugno - Ottobre 2020: Norwich Cathedral



Per cui dal 5 gennaio sino a quest'estate la Hintze Hall verrà chiusa, per consentire lo smontaggio di Dippy e predisporre il nuovo allestimento. Per i visitatori, invece che da qui, gli ingressi al museo avverranno soltanto da Queen's Gate oppure da Exhibition Road.

E' davvero un peccato, soprattutto se avete in programma una visita a Londra in questa prima parte dell'anno, e non avete mai visitato il Natural History Museum.
Io ci sono stata un'unica volta (una visita veloce perché non avevo molto tempo), ma ricordo bene che la Hintze Hall è davvero stupefacente, una vera e propria cattedrale dedicata alle scienze naturali, un piccolo grande gioiello di architettura. Il fatto che resti chiusa per diversi mesi priva davvero i visitatori di una parte importante della visita.
Beh, meno male che hanno stabilito un termine indicativo per la riapertura, e trattandosi di un museo inglese e non di uno italiano, dovrebbe essere rispettato senza troppi ritardi.

martedì 10 gennaio 2017

considerazioni sui saldi

Rieccoci al solito rito collettivo dei saldi. Quest'anno lo guardo in maniera abbastanza distaccata: non c'è niente di particolare che mi serva, e preferisco tenermi da parte i soldini vista l'imminente fine del mio contratto di lavoro.

In ogni caso, ho fatto comunque un veloce giro di ricognizione, giusto per vedere se m'imbattevo in qualcosa di interessante, o in qualche "offerta" imperdibile.

Una cosa che trovo ridicola è che, già dai primissimi giorni, le merci soggette a saldo siano una parte molto limitata dell'assortimento. Tu entri in un negozio di abbigliamento, e vedi soltanto qualche scaffale sormontato dai cartelli colorati "in saldo". Per la maggior parte del locale è invece tutto un fiorire di "nuova collezione" qui e "nuova collezione" là. Ovviamente quest'ultima non è soggetta a sconti, nonostante in genere si tratti sempre di roba invernale (in questo periodo).

Quest'anno, ad esempio, Mango mi ha particolarmente delusa. Nel corso degli ultimi saldi (quelli estivi) ricordo che tutto l'assortimento era proposto al 50% già dal principio delle promozioni. Stavolta invece qualcosina è al 50%, ma molto di più soltanto al 30% o al 20%. Ben di più non è nemmeno scontato.
Mi sono imbattuta nell'assurdità di un giaccone che avevo comprato scontato al 30% durante il Black Friday: sono passata a controllare se adesso veniva proposto a metà prezzo (per curiosità), ma invece ho visto che era scontato solo al 25%. In pratica ho pagato di meno questo capo a novembre,  quando era appena uscito, di quanto non lo pagherei oggi, in pieni saldi!

mercoledì 28 dicembre 2016

apprentice in death

New York, 2061.
I colpi arrivano veloci, silenziosi, con un'accuratezza mortale. In pochi secondi, tre persone vengono uccise sulla pista di pattinaggio di Central Park. Le vittime sono una giovane pattinatrice, un medico e un insegnante: tre vittime assolutamente casuali.

Il tenente Eve Dallas ha avuto a che fare con numerosi assassini negli anni passati nel dipartimento di polizia, ma nessuno come questo. Dopo aver verificato i video della sicurezza, diventa chiaro che le vittime sono state uccise da un cecchino con un fucile laser tattico, che poteva essere distantissimo al momento di premere il grilletto.
I luoghi da cui l'assassino può aver sparato sono molteplici, ma la lista delle persone con quella particolare abilità è però limitata: polizia, militari, killer professionisti.

Roarke, milionario marito di Eve, ha illimitate risorse a sua disposizione, e quando un software da lui creato porta Eve a individuare la location del cecchino, emerge un fatto sorprendente: il killer non era solo. C'erano due persone sul luogo da cui sono partiti gli spari, un uomo e una persona più giovane, un teenager. Qualcuno che segue le orme di un esperto nell'arte di uccidere. I due hanno un programma da seguire: Central Park è stato soltanto un riscaldamento.

Emerge subito che si tratta di padre e figlia: un ex militare ed ex poliziotto delle forze speciali, e la figlia quindicenne. Mentre un altro attacco del cecchino scuote la città nel suo cuore, a Times Square, Eve si rende conto che, sebbene tutti veniamo modellati anche dalle persone che ci circondano, ci sono anche coloro che nascono malvagi.
Il cecchino non è infatti l'uomo, finito nel gorgo delle droghe in seguito a un incidente in cui la sua seconda moglie perse la vita (e alcune delle vittime sono infatti collegate a quell'incidente), bensì la ragazzina, una vera e propria anima nera, in grado di agire anche da sola, e, anzi, con una sua lista personale di bersagli da eliminare (inclusi madre, patrigno e fratellino).

In questo titolo non c'è una vera e propria indagine per scoprire gli assassini di turno, poiché il tenente Dallas risale alla loro identità abbastanza presto. C'è quindi la caccia per prenderli, prima il padre e poi, in maniera più complicata, la ragazza. Roarke dà sempre una mano a Eve, e soprattutto alla divisione EDD, tanto che mi chiedo quando trovi mai il tempo di gestire le sue ramificate Roarke Industries. E' presente un momento di grande apprensione per Summerset, che era andato al Madison Square Garden per un concerto proprio quando la ragazzina killer decide di far fuori una ventina di persone innocenti anche là. Roarke e Eve si precipitano sulla scena col cuore in gola, ma per fortuna l'uomo non è stato ferito.

Mah, il libro non mi è dispiaciuto, però mi piacerebbe che ci fosse un pochino più di movimento nelle relazioni fra i personaggi. Ad esempio, anche stavolta, nonostante Eve fosse preoccupata per Summerset, non si è verificato alcun avvicinamento esplicito fra i due: ma dopo oltre due anni che vivi lì, che sai benissimo che quell'uomo è come se fosse il padre adottivo di tuo marito, e che ormai lo conosci, ecchediamine Eve, dacci un taglio a questa mini-guerra che portate avanti: mi sarei anche un po' stufata... L'unico cambiamento che si è avuto riguarda l'arredamento dell'ufficio casalingo di Eve, e ho paura che dovremo accontentarci di questa concessione da parte della Robb.

mercoledì 14 dicembre 2016

snowdrift

Nell'autunno 2016 la raccolta di novelle di Georgette Heyer "Pistols for two" (originariamente pubblicato nel 1960) è uscita con un nuovo titolo "Snowdrift and other stories" e con tre novelle giovanili, pubblicate insieme in forma di libro per la prima volta.

Due di queste tre storie vennero scritte per il Woman’s Journal negli anni Trenta, e la terza - Pursuit - per un'antologia della Croce Rossa.

Questioni d’onore, libertini e furfanti, affari di cuore che coinvolgono ereditiere, giovani fanciulle e scapoli d’oro; sentimento, intrighi, fughe e duelli all’alba: tutta la galanteria, le malvagità e l’eleganza di un’epoca – quella della Reggenza inglese - che la Heyer ha saputo far propria in maniera magistrale.

Di seguito una sintesi delle tre novelle nuove. Se vi interessano le altre undici, guardate il mio vecchio post.

Snowdrift and other stories

Pursuit - Due giovani scappano per andare a sposarsi a Gretna Green. Sulle loro tracce si getta il tutore della ragazza, accompagnato dalla governante, che però vede di buon occhio l'unione fra i due ragazzi. Finirà che la coppia più giovane rimarrà insieme, e per di più nascerà un'imprevedibile coppia fra i due più anziani.

Runaway Match - Una giovane ochetta diciottenne fugge insieme al suo altrettanto giovane amico d'infanzia. La coppia è intenzionata a sposarsi a Gretna Green, per evitare alla ragazza un matrimonio impostole dalla famiglia. In una locanda i due vengono raggiunti da un conte trentenne, che in pochissimo tempo fornisce al ragazzo tutta l'avventura che stava cercando - grazie al suo primo duello - e trasforma del tutto le intenzioni di fuga della ragazza.

Incident On Bath Road - Un giovane conte, ricco e un po' annoiato, soccorre lungo la strada per Bath un giovanotto appena rimasto coinvolto in un incidente alla corriera su cui stava viaggiando. Il conte si offre di accompagnarlo e i due si fermano in una locanda. Ma il giovanotto in questione è in realtà una fanciulla en travesti, che sta scappando di casa - e dal fratello - per evitare di dover sposare un uomo che non le piace.

sabato 3 dicembre 2016

dentro soffia il vento

In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile.

Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.

Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi.

Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato.

Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

Ritornando su un tema caro alla letteratura di ogni tempo – l’amore che dissolve il rapporto tra una comunità e il suo capro espiatorio – Francesca Diotallevi costruisce un romanzo che sorprende per la maturità della scrittura e la solidità della trama, un’opera che annuncia un nuovo talento della narrativa italiana.

venerdì 2 dicembre 2016

alberto angela a giovedìscienza

La Gioconda non è solo un quadro da ammirare. In realtà è un viaggio nella mente e nelle emozioni di Leonardo. È una porta che si spalanca su un luogo e su un’epoca indimenticabili: Firenze (ma anche Milano, Roma, Mantova, Urbino...) e il Rinascimento.
Sarà Monna Lisa stessa a “raccontarci” Leonardo, il genio che l’ha potuta pensare e realizzare, e che ci svelerà i segreti delle incredibili macchine e invenzioni (un palombaro, un paracadute, un robot!).
Ma che cosa sappiamo di lei? Chi è davvero questa donna misteriosa? Partendo da ogni dettaglio del quadro e ricostruendo le circostanze in cui Leonardo lo dipinse, Alberto Angela ci accompagna a scoprire che il volto della Gioconda non ha ciglia né sopracciglia, o che il segreto del paesaggio va ricercato nel nuovo tipo di prospettiva “aerea” ideato da Leonardo.


Ieri sera - lunedì 1 dicembre - Alberto Angela ha incontrato il pubblico torinese, nell'ambito di GiovedìScienza.
Il Teatro Colosseo è completamente pieno (1500 posti fra platea e galleria) già mezz'ora prima dell'orario previsto per l'inizio dell'incontro. Per fortuna io e la mia collega riusciamo a trovare due poltrone, anche se siamo in alto, a circa metà galleria.

Alberto Angela a Giovediscienza

La conferenza comincia verso le 17.55, con una breve introduzione di Piero Bianucci.
Nel preambolo Alberto Angela ricorda subito come il palco del Colosseo sia stato quello dove tenne la sua prima conferenza pubblica, sempre con Bianucci, molti anni fa. All'epoca avere la luce dei riflettori direttamente puntata in faccia equivaleva ad avere un senso di tranquillità, perché non si rendeva ben conto di avere davanti a sé tutto quel pubblico. Alberto chiede se per chi sta riprendendo via streaming l'evento è un problema se lui si alzasse dalla poltroncina e si mettesse a camminare sul palco. Così fa.
Alberto Angela Gli occhi della Gioconda

La Gioconda è stata una delle icone del Novecento. Nel suo ultimo libro “Gli occhi della Gioconda” Angela propone una delle ipotesi dello studioso Carlo Pedretti, ovvero che la Gioconda che noi conosciamo non sia Monna Lisa bensì un'altra donna. E grazie a questo dibattito sulla Gioconda, il libro ci permette di fare un viaggio nella mente e nell'epoca di Leonardo da Vinci.

A metà '500 il Vasari ne “Le Vite” intendeva riassumere il Rinascimento, un'epoca già conclusa ed irripetibile. In questo testo Vasari parla del ritratto di tale Lisa Gherardini, commissionato a Leonardo dal marito, il mercante Mastro Giocondo. Già potrebbe risultare strano che Leonardo facesse un quadro per un mercante, e non per un principe o un più alto personaggio. Ancor più strano pensare che la dama in questione doveva avere circa 15 anni, mentre il ritratto che noi oggi conosciamo non sembra affatto quello di una quindicenne.

Angela racconta poi che la Firenze del '500 è una città in decadenza. Leonardo realizza la Gioconda in questo contesto, volendo continuare la tradizione delle grandi opere.
Racconta anche dei cartoni preparatori da lui realizzati per la Battaglia di Anghiari, per i quali utilizzò la tecnica dell'encausto (si mescolavano pigmenti e cera, poi avvicinando dei bracieri caldi, la cera sgusciava fuori dai tratti, e usando un apposito panno il tutto diventava simile a marmo). Purtroppo il procedimento non funzionò bene, e il caldo dei bracieri rovinò tutta l'opera. Successivamente fu proprio Vasari a ricoprire la parete con dei nuovi affreschi. Che ne fu del lavoro di Leonardo? Venne coperto e distrutto, oppure il Vasari lo nascose con una sorta di intercapedine? Non si sa.

Alberto Angela a Giovediscienza

Gli occhi della Gioconda colpiscono in modo particolare, privi di ciglia e di sopracciglia, così come la bocca, risultato di una serie di passaggi semitrasparenti che rendono indefiniti i lineamenti. Leonardo usava una sua tecnica di sfumato, con strati successivi sul tratto originale. Inoltre pare che avesse una serie di taccuini su cui riportava tipologie di parti del volto, ad esempio aveva individuato 21 tipologie di nasi diversi, ed era in grado di disegnare i volti usando questi vari elementi anche a distanza di tempo. Ricordiamoci di questa cosa perché tornerà utile nelle conclusioni finali.
Leonardo fece anche approfonditi studi di fisiognomica, e dipingeva un po' come se fosse un fotografo.

A questo punto Angela passa in rassegna diversi quadri leonardeschi, mostrandone le slides. Sia nel “Ritratto di Ginevra de' Benci” sia nella “Dama con l'ermellino” Leonardo dava movimento al corpo, nel ritratto: la figura era spesso riprodotta di tre quarti.
Ci mostra poi il disegno preparatorio per il ritratto (di profilo) di Isabella d'Este, che insisteva con lui per farsi ritrarre. In realtà non è chiaro se un successivo quadro a colori sia mai stato realizzato.
Nella Belle Ferronière, anch'essa conservata al Louvre, il vestito è dello stesso stile di quello della Gioconda, con le maniche con larghi squarci da cui uscivano gli sbuffi della camicia. Le pieghe del vestito erano un segno della qualità dell'abito.
Angela continua mostrandoci il celeberrimo autoritratto a sanguigna di Leonardo, conservato proprio alla Biblioteca Reale di Torino.

Raffaello fu folgorato dalla Gioconda quando la vide, tanto da realizzare un quadro simile, come posa ed elementi. Copie molto simili della Gioconda, di altri autori, sono tuttora conservate al Prado e a San Pietroburgo. E ce n'è addirittura una, che ritrae effettivamente una ragazza giovane, che potrebbe essere una quindicenne, con fondale del tutto diverso (e che si trova attualmente in un caveau a Singapore).

Alberto Angela a Giovediscienza

Nel capitolo 4, “Sulle tracce di Leonardo”, Angela ci racconta come Leonardo fosse un figlio illegittimo. Il nonno paterno era notaio, e, contrario alla relazione del figlio con una contadina, trafficò per farla sposare a un contadino, e non al suo prezioso figlio. Il piccolo Leonardo visse un po' con il nonno paterno e un po' con la madre. A un certo punto torna il suo vero padre e a Leonardo venne impartita un'istruzione a Firenze. Il ragazzino faceva dei bellissimi disegni, e il padre si convinse a mandarlo a bottega dal Verrocchio (insieme a personaggi quali Botticelli, Perugino, Ghirlandaio). Ben presto l'allievo superò il maestro.
Una curiosità: sembra che il David della bottega del Verrocchio ritraesse Leonardo da giovane.

Anche della Vergine delle Rocce ne esistono due versioni, fatte entrambi da Leonardo (una conservata al Louvre e una alla National Gallery di Londra). Questo perché i frati che l'avevano commissionata erano disposti soltanto a pagare le spese vive dei pigmenti etc.. e non a pagarla a prezzo di mercato. Per cui Leonardo vendette il primo quadro a chi glielo pagava di più, e poi ne realizzò una seconda versione, senza perderci troppo tempo, per i monaci.

Le mani della Gioconda sono mani che parlano. Anch'esse sono sfumate, senza nervature in rilievo. Leonardo aveva compiuto approfonditi studi di anatomia, e ne è rimasta testimonianza nei suoi disegni.

Nel paesaggio che si intravede sullo sfondo della Gioconda vi sono una strada, un fiume e un ponte a più arcate. Potrebbe trattarsi del Ponte Buriano, sulla Cassia nei pressi di Arezzo, però le strutture rocciose riprodotte non combaciano con quel luogo, sembrano invece le gole di Prat'antico, vicino a Firenze. Nella Gioconda è molto evidente la prospettiva aerea usata da Leonardo: gli oggetti che stanno sullo sfondo sono sfumati, azzurrati in distanza, proprio per evidenziare lo “spessore dell'aria” - invece gli oggetti vicini sono in basso, colorati e nitidi.

La parte posteriore della Gioconda è una tavola di legno, non una tela. Sulla parte davanti, ci sono almeno mezzo milione di screpolature.
La Gioconda ha perso i suoi colori originali perché, quando si trovava nelle Collezioni Reali francesi, vennero messi vari strati di vernice. Adesso i colori sono piuttosto scuri, si sono incupiti. Qualche tempo fa, nel laboratorio di restauro di Aramengo, vicino ad Asti, la famiglia Nicola ha effettuato una pulitura digitale su un'immagine della Gioconda mostrando come doveva essere coi suoi colori originali, quando Leonardo la dipinse.

Leonardo trascorse i suoi ultimi anni in Francia, presso la corte di Francesco I. Portò con sé pochi quadri, fra cui il San Giovanni Battista, a cui era molto affezionato (il modello del quadro era stato il suo allievo, nonché amante, Salai). Prima di morire, Leonardo regalò questi suoi quadri a Salai, e fu poi quest'ultimo a venderli alla corona francese (la Gioconda per 12mila ducati).

E' stato in occasione del famoso furto avvenuto nel 1911 che la Gioconda conobbe un periodo di particolare fama. Sul finire dell'800 era comunque considerata un sex symbol per il suo sguardo seduttivo, mentre nel '900 cominciò ad essere oggetto di ironia e prese in giro da parte di vari artisti.

Alberto Angela a Giovediscienza

Per tirare le fila del discorso, chi è la Gioconda esposta oggi al Louvre? Leonardo fece il quadro su commissione di Francesco del Giocondo, come è stato detto al principio.
Ma che fine ha fatto questo primo quadro? Non esiste prova che sia avvenuto il pagamento. Giocondo non vi fa alcun riferimento nel suo testamento. E nemmeno nessuno fa mai riferimento alla Gioconda durante la vita di Leonardo.
Giuliano de Medici (uno dei figli di Lorenzo il Magnifico) aveva un'amante che morì di parto. Giuliano riconobbe il figlio, ed è possibile che abbia chiesto a Leonardo di fare un ritratto della donna morta (Leonardo l'aveva conosciuta tempo prima). Questa donna potrebbe essere quella ritratta nella tela oggi conservata al Louvre. D'altronde vi è anche una frase del segretario di un cardinale in visita all'anziano Leonardo presso la corte francese: “Leonardo ci ha mostrato una Gioconda commissionatagli da Giuliano”.
L'ipotesi indicata dal libro – e sostenuta dallo studioso Pedretti – è quindi che al Louvre non ci sarebbe Monna Lisa (la moglie di Francesco del Giocondo), bensì Pacifica Brandani, l'amante di Giuliano de Medici (e quindi, se vogliamo, Monna Pacifica).

Alberto Angela va avanti per oltre un'ora e mezza con la sua esposizione. Finisce verso le 19.20.
Non mi sono distratta neanche per un attimo, e l'avrei ascoltato ancora a lungo.